In ritardo ma arrivo

A quanto pare un giorno della settimana scorsa fu #womenequalityday. Lo scopro oggi e una discussione con Felpa Bordeaux dell’altro giorno mi porta a scrivere questo.

Equità… Vuol dire uguale.

Ecco, io credo che sia tanto bello il femminismo e tutto, però poi vi ricordo che c’è anche tutta la corrente gender, intesa come prendere in considerazione le differenze tra i sessi nelle varie questioni dove queste possano contare. L’argomento è complesso e non entrerò in questo merito, perché non ne so abbastanza e non voglio fomentare ire oltre il necessario.

Dicevo. Uguale ‘sto per di ciufoli. Se gli uomini guadagnano in media il 30% in più delle donne, questo non è UGUALE. Se i laureati sono la stragrande maggioranza donne, ma nelle posizioni apicali delle aziende ci sono praticamente solo uomini, questo non è UGUALE. Se i laureati sono ancora la stragrande maggioranza donne, ma i professori rettori eccetera tutti uomini, questo non è UGUALE. E allora basta con questo falso buonismo dei pari diritti, perché non vedo come mai io debba prendere solo il negativo visto che evidentemente di positivo non c’è poi molto (certo, ci sono grandi conquiste fatte dalle donne e uomini che quotidianamente lottano per la parità).

Che l’uomo soffra. E paghi. Paghi per i peccati di chi è venuto prima di lui e per chi c’è ora (e per se stesso, perché chi è senza peccato scagli la prima pietra), perché la parità è ben lontana e non si raggiunge facendo pagare la donna – che guadagna meno, se guadagna affatto. Ecco a me quando la gente tira in ballo queste cose facendo una qualsiasi colpa alle donne, non mi va bene. Non mi va bene che quando comoda il femminismo si sciacqua giù dal water e quando comoda si riesuma si strizza gli si da una spolveratina pronto all’uso.

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Zia

È come quando vorresti che il tuo ex capisse che errore ha fatto a lasciarti ma non lo capirà mai perché gliene frega meno di zero. 

Sindrome da crocerossina.

Dopo il mio tirocinio, sto continuando a seguire il gruppo che si tiene due volte a settimana nel dipartimento di Alcologia, gruppo per aiutare gli alcolisti a rimanere sobri.

Continuo perché è un’esperienza formativa, di crescita professionale e personale.

Giovedì abbiamo formalmente accolto una nuova famiglia. Significa che, dopo circa un mese di frequenza al gruppo, hanno portato ognuno (alcolista e familiari che lo accompagnano) la propria lettera d’ingresso. È una lettera in cui si raccontano, ognuno indaga la propria esperienza con l’alcol, diretta o indiretta. Solitamente è un momento molto emozionante. Stavolta no. I familiari (madre convivente e sorella) non erano affatto caldi o particolarmente aperti, le loro lettere non sono andate in profondità. Dicono di non essersi accorti ci fosse un vero problema. Interviene poi un’altra sorella del gruppo, dice come si può non accorgersene, suo fratello viveva da solo eppure lei se ne accorse. E fece qualcosa. Nonostante chi negasse o minimizzasse il problema.

E penso.

Questa sorella, che si è messa in gioco, è scesa in campo con tutta la sua grinta e la determinazione, ha capito che qualcosa non andava e l’ha affrontato, nonostante non fosse facile. Perché nessuno ammette di avere un problema di alcol, e la società minimizza, e gli amici coprono, “amici”.

E penso.

Io così dovrei comportarmi con mia zia, che chiaramente ha un problema e chiaramente non lo riconosce. E sto zitta durante quasi tutto il gruppo, nonostante il medico mi sussurri di sentirmi libera di intervenire. Sono zittita. Sono concentrata su mia zia, su quello che non va in lei, su che non è mica facile, forse anche peggio dell’alcol, su cosa dovrei fare, su ho la forza io? ho la volontà? No. Non è mia sorella, non è qualcuno che mi è stato vicino. Non ho la forza e forse non sarebbe neanche giusto per me averla. Intromettermi non richiesta nei problemi di altri.