Scoperte

Mi ricordo quando ero bambina e mia madre mi insegnava a prendere il polso. Sul polso proprio perché sul collo, diceva, era più difficile. Diceva di stare attenta a non sentire il mio battito invece che quello del cuore dell’altro. Adesso, a ripensarci, mi sembra quasi mi stesse ammonendo sul mio egocentrismo di bambina, sul mio non sintonizzarmi mai sugli altri. Ci ripenso adesso e, se era questo che voleva, ci è riuscita. Ma dubito. 

Diceva sempre che bisognava sentirlo, sotto le dita, non sui polpastrelli, stando molto attenti. Ho quindi sempre pensato che il cuore si sentisse. Lo dicono tutti poi, che si sente. Quasi come si sente se ce lo metti. Un po’ dappertutto. 

Si dice “sentire” e poi diventa “udire”. Così dopo che l’ebrezza dei primi amori è passata, e dopo mesi o anni sei lì, abbracciata a lui con la testa sul suo petto, distesi, nel silenzio, e lo senti nella tua testa, il suo cuore, e ti domandi se batta a tempo col tuo. Già perché i battiti degli amanti si fondono, trovando un ritmo loro, condiviso, senza che nessuno si debba sforzare tanto. Te lo domandi e speri sempre che la risposta sia sì, che il tuo battito corra dietro al suo o viceversa, o meglio che si corrano incontro. Anche se, in certi silenzi, sai già che non è così. 

Poi invece un giorno, dopo tanto che un battito estraneo non lo senti più, ti guardi allo specchio e lo vedi. Il tuo. Vedi la pelle tesa dalla gioventù che a ritmo costante si alza e si abbassa, sotto il collo, vedi la vita che palpita dentro di te anche se non sembra, a sentirlo. Un movimento quasi impercettibile, devi concentrarti all’inizio, poi però sai che c’è, che è lì, aspetta solo che tu gli dia il permesso di mostrarsi. E poi non serve più fissarsi allo specchio immobile, poi basta un sabato pomeriggio di tranquillità, e il tuo cuore batte anche nelle gambe. E lo vedi e non sai che vuol dire. Forse che la vita c’è, e si vede. Ed è in te, non fuori, la puoi guardare e toccare. 

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Lenticchie a colazione

I miei sono stati in montagna e io ne ho approfittato per passare il weekend con Felpa Bordeaux, entusiasta come sempre. In verità anche sì, solo che non penso lo dimostri come forse vorrei o sono stata abituata.

Ci siamo accoccolati a letto cercando di far passare il tempo perché lui non perda l’abitudine del turno di notte, cosa molto saggia, per lui.

Lui vuole vedere un film e io propongo “Home”, che sarei dovuta andare a vedere venerdì sera ma alla fine ero da sola… Lo cerca su Netflix, non c’è, lo compra su YouTube per me.

Abbiamo bazzicato tra casa e posti dove cibarci visto che i miei mi lasciano puntualmente col frigo vuoto perché non apprezzo e io non avevo avuto tempo o voglia di fare la spesa.

E alla fine ieri sera siamo approdati nella pizzeria del paese (ebbene sì abbiamo pure una pizzeria!). A un certo punto alle mie spalle entra un suo “collega” con famiglia a seguito  (moglie e tre bimbetti). Cerca di salutarlo ma quello non lo sente. Così mi dice “allora come dovrei presentarti, come la mia ragazza?” “Come vorresti presentarmi?” “Te l’ho chiesto io” bla bla bla. Nella mia mente penso “che dolce, ha colto la prima occasione utile per definire questa cosa”, ma sono anche stupita e forse non sorrido fuori come dentro.

Finiamo, andiamo a salutare, usciamo andiamo a casa parliamo. Dico mi pare che non è che tu voglia che io sia la tua ragazza quanto piuttosto far vedere che hai una ragazza davanti al collega con moglie e figli. Se la prende un po’ me la prendo un po’ e dormo con la coperta invece che abbracciata a lui. Ci svegliamo e restiamo distanti. Io di spalle e lui pure. Si alza va in bagno torna ancora di spalle. Esasperata dopo troppo tempo indietreggio fino a che non mi abbraccia da dietro. Dopo un po’ dice scusa per ieri. Parliamo. Fa freddo e ho le spalle scoperte. Prende il lenzuolo e me lo sistema in modo che me le copra. Gliel’avevo detto il giorno prima che avere le spalle scoperte mi fa sentire freddo.

I want you to want (all of) me

La triste verità è questa. 

Bando a facili modestie, sono bella, intelligente, simpatica, altruista, responsabile, avventuriera (a volte), di poca spesa (pure!). 

Potrei dire di no ma voglio accanto qualcuno che apprezzi ogni singolo spigolo di me, che segua le linee dure o dolci con occhi innamorati, che mi sostenga e mi stia accanto facendosi sostenere a sua volta. 

Non mi basta essere l’oggetto. 

Non mi basta essere la testa. 

E non mi basta essere solo una parte di me. Sono stanca di vivere a pezzi. Voglio essere unica e voglio essere io. 

Distanze #2

Oggi sono uscita incontro al Dimissionario (quello carino che se ne va) per chiedergli una cosa di lavoro. 

Eravamo in magazzino, nascosti dal veicolo aziendale, io il telefono in mano e lui troppo vicino. Ho fatto un passo indietro. Ha detto qualcosa, ho detto qualcosa, mi ha offerto un caffè, un tè, una Coca-Cola, ho rifiutato tutto con grazia e sono rientrata. 

Perché non può essere tutto così in equilibrio sulla fune?!

Dipendenze

All’inizio fu la cioccolata. Fondente e al latte la creò.  

Poi venne l’amico di penna originario. Poi l’amico di penna voleva altre penne e se n’è tornato da dove era venuto. 

Poi venne l’altro amico di penna. Quello vero, che dispiace un po’ di non poter leggere vere lettere. Quelle lunghe, scritte a mano su fogli ingialliti e sottili, mica su un A4 80 grammi/m2. Quelle che capisci solo dopo un po’, dopo che la confidenza è diventata tanta da farti capire che le tue “s” assomigliano alle sue “n” e insomma hai nella testa un chiaro schema per decifrare i geroglifici. (Un po’ come gli infermieri coi medici)

Si direbbero cose diverse su quei fogli, non si parlerebbe di sesso ma di amore, non si darebbero consigli ma si ascolterebbe ansiosi il battito del cuore dell’altro. Che forse non sarebbe neanche il cuore che vorremo ascoltare. Ovviamente. C’è sempre dell’altro, c’è sempre un altro. 

Ma le lettere ormai restano là, fuori nel freddo della notte, scritte nelle stelle perché non abbiamo più il sole di aspettarle. Solo la notte possiamo alzare gli occhi al cielo e, se siete fortunati, cancellare il tempo e goderci l’infinito, che traccia per noi interi discorsi, su una carta ancora più sottile e ancora più gialla. Forse le uniche lettere che ancora abbiamo la pazienza di aspettare, sotto l’incertezza del cielo stellato. 

Let it go 

Andavo al lavoro troppo veloce con l’auto di mamma e lo stupido iPhone collegato all’audio. Arriva una canzone che non sento da secoli ma di cui ancora conosco le parole a memoria (quasi tutte, alcune non le ho mai capite). 

Celentano, Per averti. Ero alle medie quando uscì quel CD. Il mio primo CD credo. Che fosse proprio tutto mio e che ho voluto e ascoltato tanto. Tanto che ancora so le parole. 

Eppoi a riascoltarla oggi, due volte, penso “ovvio che sono venuta su bene, sento e credo ogni parola” (almeno quelle che capisco). Perché per quanto possa amare qualcuno, mai verrà prima di me stessa, mai gli consentirò di farmi veramente del male. 

E infatti, anche se ho avuto qualche step back, anche se ho cercato di dare qualcosa a qualcuno che non la voleva, che non la chiedeva, alla fine sono comunque sempre io il centro del mio mondo. Un mondo piccolo come quello dove il principe stava da solo prima di affezionarsi alla volpe. 

Già. 

Forse che con questa educazione sentimentale non sono così educata?! Non mi butto senza rete, non do tutta me stessa se non dopo essere sicura che l’altro lo abbia già fatto. E allora in che posizione mi lascia questo? In un angolo, al centro del mio mondo, con occasionali collisioni contro galassie che sono tutto un universo. 

I had something to say

Peccato che non mi ricordi più. 

“Piacevole” serata in famiglia, con tanto di sorella pure. Madre che dice “l’analisi mica ti serve: ti comporti peggio!”. Io le propongo che se vuole che vada per essere come vuole lei è la benvenuta a pagarla. Non risponde. Mah. 

Alla fine questa cosa dello psicologo mi ha sempre un po’ turbata. Questa cosa dell’accettarsi… Ma se sei una brutta persona va bene lo stesso?! Eppoi mica è detto che, in quel caso, l’analisi sia il primo passo verso un migliorarsi. Eppoi migliorarsi secondo che punto di vista?! Appunto. 

Io ho ancora paura di essere una brutta persona, di non piacere alla gente e di non essere all’altezza (ma sto tranquilla perché so di non esserlo). E ho paura che scoprirlo a fondo, indagare tutte le sfumature della mia inadeguatezza, non sia sufficiente per cavarne fuori qualcosa di buono, una luce al posto delle ombre. 

Dreams (don’t) come true

Ordunque nonostante chiaramente non sarò invitata al Ballo, ci terrei a ringraziare tutti gli affezionati vicini e lontani, naturalmente nessuno a km zero ma vabbé.

Sono ancora perplessa dal fatto che tutti i miei amici siano di sesso maschile, ma vabbé, tra inviti in montagna e a boh – qualcosa a che fare con le moto – e regali, quasi quasi non mi dispiace non andare al ballo…. No scherzo, preferirei comunque andare al ballo col regalo sottobraccio, avete presente, tenuto con la fascetta di cuoio come una volta… coi soldi tra le pagine (no un attimo che soldi?!?!? mica pago io!)… con lo stupido iPhone tra le pagine… ah sarebbe un sogno. Basterebbe aggiungerci un vestito da Cenerentola e la faccio schiattare d’invidia!